Arthur Lourié

Nikolai Roslavets

Aleksandr Mosolov

Evento rinviato a data da destinarsi

proiezione del film

Silenced: Composers in Revolutionary Russia

Seconda parte del documentario in tre parti
Music, Power, War and Revolution

Regia di Anne-Kathrin Peitz

Editor Steffen Hermann
Scritto da Anne-Kathrin Peitz con l'assistenza di Lars Reimer
Prodotto da Paul Smaczny
Durata 54'

Produzione Accentus Music
2018, Lipsia
in collaborazione con
WDR-ARTE

lingue tedesco, inglese, russo
sottotitoli tedesco, inglese, russo
 

Per tre giorni a metà gennaio 1948 la sala plenaria del Comitato Centrale Sovietico, il centro del potere sovietico, si riempì di parecchie dozzine di musicisti. Nelle file di sedie che erano usualmente occupate da rappresentanti del partito durante le sessioni plenarie c’erano adesso invece la maggior parte dei compositori della nazione, compresi Dmitrij Šostakovič e Sergei Prokofiev.
Molti musicisti erano stati a suo tempo entusiasti della Rivoluzione d’Ottobre Sovietica ed erano musicalmente devoti ai bolscevichi. L’avanguardia musicale sovietica voleva contribuire allo sviluppo industriale e all’affermazione del socialismo. Trasformarono macchine dell’industria in strumenti musicali e le marce delle dimostrazioni in esecuzioni musicali. Le opere di Arthur Lourié, Alexander Mosolov, Arseny Avraamov e Dmitrij Šostakovič furono intitolate “Sinfonia delle Sirene” o" Il bullone”. Ma la politica di Stalin non andò assieme a questa musica. E trentanni dopo, questi, un tempo entusiasti rivoluzionari della musica, sedevano in questo posto dove ogni entusiasmo sparì. Sul palco salì Andrei Zdanov, uno dei fedelissimi di Stalin. Egli spiegò ai musicisti come dovevano comporre: "Il Comitato Centrale del Partito Bolscevico chiede bellezza e grazie nella musica". La musica doveva essere melodica e popolare, disse Zdanov, e forse suonò qualcosa al pianoforte in modo che i Prokof'ev e i Šostakovič alla fine ne afferrassero il senso. Pochi fra i presenti riportarono che aveva suonato una o due canzoni popolari, compresa “Suliko”, la canzone preferita del suo capo, Josef Stalin.

Nel ricordo di un contemporaneo Šostakovič era seduto pallido, con gli occhi abbassati e un crampo che attraversò il viso e tutto il suo corpo come se fosse stato sottoposto ad un elettroshock. Prokof'ev, da un’altra parte, non voleva ascoltare il discorso, come se si fosse addormentato. Forse addirittura si mise a russare. Šostakovič non aveva questa audacia ed era già stato duramente provato dal terrore staliniano.
Nel 1936 Stalin aveva descritto un’opera di Šostakovič come “caos invece di musica“. Julian Barnes descrive cosa accadde nel suo libro “Il rumore del tempo”. Il compositore passò notte dopo notte andando avanti e indietro, fermandosi vicino alla sua piccola valigia, fumando e in ascolto per capire se l’ascensore si sarebbe fermato al suo piano. Nella sua valigia aveva un cambio di vestiti per il Gulag. Certo questa è una scena di un romanzo, ma la realtà del Grande Terrore non fu molto diversa nella percezione di Šostakovič. In realtà egli stava aspettando a letto, nel suo appartamento, di essere arrestato. Nel silenzio della notte uno poteva sentire dalla stanza da letto dove l’ascensore si fermava.
Il Grande Terrore risuona in molte composizioni di Šostakovič. Disse ai suoi amici più stretti di aver descritto uno dei temi musicali della Sinfonia n. 7 come il “Tema di Stalin”. Una delle ragioni per cui questa sinfonia divenne un successo mondiale fu perchè essa venne sfruttata politicamente. La propaganda sovietica fece diventare il “Tema di Stalin” il “Tema dell’invasione”, quello della Wehrmacht tedesca che invadeva l’Unione Sovietica. Anche se questa musica era stata scritta anni prima, Šostakovič completò la sinfonia durante la guerra nel 1942. Sia il Cremlino che gli Alleati celebrarono la prima esecuzione come una operazione militare contro il fascismo hitleriano. Negli Usa milioni di gente la ascoltarono in diretta alla radio nell’esecuzione diretta da Arturo Toscanini. Šostakovič, la cui vita era appesa ad un filo anche dopo la guerra e che ebbe motivo di temere per la sua vita fino alla morte di Stalin, non si permise mai di contraddire apertamente la perversione politica a cui era stata sottoposta la sua musica.
(Boris Schumatsky)